Obesità: La Pandemia Silenziosa e l’Ipoteca Metabolica

L’ obesità è la pandemia silenziosa del nostro secolo, una sfida che riguarda l’intero pianeta. É una patologia cronica che agisce da catalizzatore per altre gravi malattie, costringendo il corpo a un sovraccarico strutturale e metabolico che ne supera i limiti fisiologici. Vediamo insieme alcuni dati: • Diffusione: Si stima che oltre 890 milioni di adulti nel mondo convivono con l’obesità. Se sommiamo anche le persone in sovrappeso, arriviamo a quasi 2,5 miliardi. • Sorpasso Storico: Per la prima volta nella storia recente, nel 2025 il numero di bambini e adolescenti (5-19 anni) obesi ha superato quello dei coetanei sottopeso. • Proiezioni 2030-2050: Entro il 2030, si prevede che il 50% degli uomini e il 50% delle donne a livello globale avrà un BMI elevato. Entro il 2050, quasi 2 persone su 3 sopra i 25 anni potrebbero essere in sovrappeso o obese. Cos’è il BMI? Il BMI (dall’inglese Body Mass Index), in italiano IMC (Indice di Massa Corporea), è il parametro internazionale più utilizzato per stabilire se il peso di una persona rientra in un intervallo considerato sano oppure no. È un calcolo matematico che mette in relazione la massa corporea con l’altezza, basandosi sull’idea che il peso debba essere proporzionato al quadrato della statura per non sovraccaricare l’organismo. La formula è molto semplice e puoi calcolarla anche a casa: Esempio: Se il tuo peso è 70 kg e sei alto 160 cm dovrai fare 1,6 x 1,6 e dividere 70 per il numero ottenuto dalla precedente moltiplicazione. NB: Il BMI è relativamente indicativo: la composizione corporea è molto più importante, perché un chilo di massa grassa e uno di massa magra a parità di peso occupano volumi diversi e hanno impatti sul nostro corpo ben diversi. Infatti, è molto importante basarsi anche sui centimetri. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i risultati si dividono in queste classi: Com’è la situazione in Italia? L’ Italia presenta uno scenario particolare: pur avendo tassi di obesità adulta leggermente inferiori alla media europea, detiene alcuni dei primati più preoccupanti per l’infanzia. Il tema dell’obesità infantile è particolarmente importante. La causa risiede nella natura del tessuto adiposo: un organo dinamico composto da cellule specializzate chiamate adipociti. Il modo in cui queste cellule si sviluppano durante l’infanzia determina, in larga misura, l’assetto metabolico dell’adulto. Quando il corpo riceve energia in eccesso, il tessuto adiposo risponde in due modi: 1. Ipertrofia: Le cellule esistenti aumentano di volume (si “gonfiano”). 2. Iperplasia: Il corpo crea nuove cellule adipose per stoccare l’eccesso. Il punto di svolta avviene durante l’infanzia e l’adolescenza, le uniche fasi della vita in cui il corpo ha un’elevata capacità di produrre nuovi adipociti (iperplasia). Se un bambino è obeso, il suo organismo genera un numero di cellule adipose significativamente superiore alla norma. La scoperta scientifica più drammatica degli ultimi anni è che, una volta formati, gli adipociti non scompaiono mai. Quando un adulto perde peso, queste cellule non muoiono: semplicemente si svuotano (atrofia), riducendo il loro volume. Tuttavia, rimangono “in attesa”, pronti a riempirsi nuovamente alla prima occasione. Questo crea un limite biologico invisibile: chi è stato un bambino obeso si ritrova con un “esercito” di cellule adipose molto più numeroso rispetto a chi è sempre stato normopeso. Questo esercito invia costantemente segnali chimici al cervello — attraverso la riduzione della leptina — che generano uno stato di fame perenne, nel tentativo del corpo di riportare quelle cellule alla loro dimensione massima. L’obesità infantile non è quindi solo un problema di salute immediato, ma una vera e propria ipoteca metabolica. Prevenire l’eccesso di peso nei primi anni di vita significa evitare la proliferazione numerica di queste cellule. Un adulto che ha sofferto di obesità infantile dovrà lottare non solo contro le abitudini alimentari, ma contro una biologia che “rema contro”, rendendo il mantenimento del peso perso una sfida infinitamente più ardua rispetto a chi ha sviluppato sovrappeso solo in età matura. Quali sono i limiti dell’obesità? Il limite non è solo meccanico (muoversi meno), ma risiede nel modo in cui il grasso “parla” al resto del corpo. Il tessuto adiposo è un organo endocrino attivo che produce citochine infiammatorie. Questo causa un’infiammazione cronica di basso grado che danneggia i vasi sanguigni e gli organi. Per visualizzare l’impatto sulla mortalità, si usa spesso il concetto di anni di vita persi: Si stima che l’obesità grave possa ridurre l’aspettativa di vita di circa 10 anni, un impatto paragonabile a quello del fumo di sigaretta. A cosa si rischia di andare incontro? • Patologie Metaboliche: È il fattore di rischio principale per il diabete di tipo 2 e l’insulino-resistenza. • Problemi Cardiovascolari: Ipertensione e aumento del lavoro del cuore, che deve pompare sangue in un sistema più vasto e sotto pressione. • Stress Meccanico: Dolori articolari (ginocchia, schiena, anche) che riducono drasticamente la mobilità e la voglia di restare attivi. • Apnee Notturne: Un limite spesso sottovalutato che rovina la qualità del sonno, portando a stanchezza cronica durante il giorno. A tutto ciò si aggiunge il carico emotivo. Spesso, convivere con l’obesità porta a: • Senso di Colpa: La falsa narrazione che l’obesità sia solo “mancanza di forza di volontà” crea un ciclo di vergogna e frustrazione. • Distorsione dell’Immagine Corporea: Difficoltà a riconoscersi o ad accettarsi, che può sfociare in ansia sociale e depressione. In più, c’è il tema dello stigma sociale: la società pone barriere concrete. Chi soffre di obesità deve affrontare la grassofobia: • Discriminazione sul Lavoro: Studi dimostrano che le persone obese hanno spesso più difficoltà nelle assunzioni o avanzamenti di carriera a parità di competenze. • Micro-aggressioni quotidiane: Dagli spazi pubblici non adatti (sedili stretti, mezzi pubblici) ai commenti non richiesti sulla propria dieta. Ciò che mi preme trasmettervi, però, è una riflessione profonda sui rischi legati all’obesità. Sappiamo che perdere peso è una sfida mentale e fisica estremamente ardua, ma dobbiamo chiederci: non è forse altrettanto difficile vivere in un corpo che sentiamo estraneo, che limita le nostre energie e
World Cancer Day: La Prevenzione passa anche dal nostro Metabolismo

Il 4 febbraio si celebra la Giornata Mondiale contro il Cancro, un appuntamento cruciale per riflettere su una patologia che, purtroppo, tocca direttamente o indirettamente la vita di tutti noi. C’è un tema che mi sta particolarmente a cuore e di cui vorrei parlarvi oggi: la prevenzione. Spesso la sottovalutiamo, eppure la prevenzione primaria (uno stile di vita sano) e quella secondaria (screening e controlli periodici) sono le armi più potenti che abbiamo a disposizione. Si stima, infatti, che circa il 40% dei casi di tumore potrebbe essere evitato semplicemente modificando le nostre abitudini quotidiane. In questo scenario, la ricerca moderna sta esplorando frontiere affascinanti: non conta più solo cosa mangiamo, ma anche quando e quanto mangiamo. La potenza della prevenzione: Il ruolo del Digiuno Intermittente Il digiuno intermittente sta emergendo non solo come strategia di benessere, ma come un vero e proprio “interruttore metabolico” capace di attivare meccanismi di protezione cellulare profondi. Ma perché questa pratica può aiutarci nella prevenzione oncologica? La risposta risiede in due processi biologici fondamentali: • Autofagia: Una sorta di “pulizia interna” guidata dalle cellule stesse, che eliminano i componenti danneggiati o potenzialmente pericolosi prima che possano trasformarsi in qualcosa di peggio. • Equilibrio Ormonale e Infiammatorio: Il digiuno abbassa i livelli di insulina e del fattore di crescita IGF-1. Se presenti in eccesso, questi elementi possono agire come un “acceleratore” per la proliferazione disordinata delle cellule. Il digiuno si presenta quindi come un protocollo prezioso, a patto che venga inserito in una cornice di alimentazione sana ed equilibrata (ad esempio concentrando i nutrienti nelle 8 ore di alimentazione, secondo lo schema 16:8). L’eccellenza italiana: Il “Modello Pascale” di Napoli In questo campo, l’Italia brilla grazie a centri di ricerca di fama mondiale. L’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione G. Pascale di Napoli è oggi in prima linea nello studio del digiuno come coadiuvante terapeutico. Ricerche recenti condotte al Pascale suggeriscono che il digiuno intermittente possa giocare un ruolo chiave addirittura durante le terapie oncologiche: 1. Protezione Differenziale: Il digiuno mette le cellule sane in modalità “risparmio energetico”, rendendole più resistenti agli effetti collaterali della chemioterapia e proteggendo organi vitali come il cuore. 2. Stress ossidativo mirato: Le cellule tumorali, “ingorde” e metabolicamente rigide, non riescono ad adattarsi alla mancanza di nutrienti. Questo le rende molto più vulnerabili all’attacco dei farmaci e dell’immunoterapia. Vuoi saperne di più? 👉 Clicca qui per leggere l’articolo di Sky TG24 Nota fondamentale: Quando parliamo di supporto alle terapie, il “fai da te” è vietato. Al Pascale questi protocolli vengono applicati sotto stretto controllo medico e monitoraggio costante. Una scelta quotidiana per il futuro Celebrare il 4 febbraio significa riprendere in mano la nostra salute. Può essere lo spunto giusto per prenotare quel controllo che rimandiamo da tempo o per iniziare a integrare abitudini che favoriscano la nostra flessibilità metabolica. Che sia lasciar passare 12, 14 o 16 ore tra l’ultimo pasto della sera e il primo del mattino, la scelta del protocollo più adatto a noi può fare la differenza nel lungo periodo. La lotta contro il cancro si combatte nei laboratori e negli ospedali, ma inizia ogni giorno a tavola e nelle nostre scelte quotidiane. La prevenzione può veramente salvarti la vita. Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano. Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza personalizzata effettuata da figura professionale medica.
Il Cioccolato e il Caffè: Il Binomio del Benessere

Quanti di voi sentono il desiderio di chiudere il pasto con un dolcetto? O di accompagnarlo a un buon caffè? Scegliere un quadratino di cioccolato fondente è una scelta eccellente per appagare la voglia di dolce e, allo stesso tempo, prendersi cura della salute. Il cioccolato nasce dai semi della pianta del cacao. Nel tempo è passato dall’essere una bevanda rituale antica a un prodotto amato da tutti. Anche se spesso lo consideriamo solo come una coccola, quando la percentuale di cacao è alta, diventa un vero alleato per il nostro organismo. Perché scegliere il cioccolato sopra l’85%? Superare la soglia dell’85% di cacao trasforma il cioccolato da semplice dessert a alimento benefico. Ecco perché questa percentuale è considerata la scelta migliore: – Ricchezza di antiossidanti: Il cacao è ricchissimo di flavonoidi, sostanze naturali che aiutano a mantenere in salute le arterie. In una tavoletta all’85%, la concentrazione è così elevata che basta un solo quadratino per farne scorta. Al contrario, nel cioccolato al latte questi benefici vengono dispersi a causa dell’aggiunta di troppi zuccheri e grassi. – Pochi zuccheri, più energia: In queste tavolette lo zucchero è presente solo in minima parte. Questo evita i picchi di glicemia nel sangue, rendendolo lo spuntino ideale insieme al caffè per evitare quella sensazione di sonnolenza che a volte arriva dopo mangiato. – Più sazietà: Grazie alle fibre e ai grassi buoni del cacao puro, ci si sente sazi prima, evitando di esagerare con le porzioni. – Ingredienti semplici: Più è alta la percentuale, più la lista degli ingredienti è corta e “pulita”, senza grassi vegetali di bassa qualità o troppi additivi. Come riconoscere la qualità e come conservarlo Ora che sappiamo quale scegliere, come capiamo se è davvero buono? 1. La prova dell’udito: Il cioccolato di qualità deve essere croccante. Quando spezzi un quadratino, deve produrre un suono secco e netto. Se si piega o è morbido, significa che la lavorazione o la conservazione non sono state ottimali. 2. Mai in frigorifero: Il freddo blocca i profumi e crea quella sgradevole patina bianca in superficie. Per gustarlo al meglio con il calore del caffè, deve essere tenuto a temperatura ambiente (circa 20 gradi). Un piccolo trucco: Sopra l’85% il sapore può risultare molto amaro per chi non è abituato. Provate a lasciare sciogliere il cioccolato sulla lingua mentre sorseggiate il caffè caldo: il calore scioglierà i grassi del cacao rendendo il sapore subito più vellutato e dolce. Il legame perfetto: Cioccolato e Caffè L’unione tra questi due prodotti non è casuale. Entrambi derivano da semi tropicali che vengono fermentati e tostati: questo processo crea sapori simili, che richiamano la nocciola e il caramello. I benefici di questa coppia: – Umore e Concentrazione: Il caffè regala energia, mentre il cioccolato stimola la serotonina (l’ormone del buonumore). Insieme aiutano a restare vigili senza creare quell’agitazione o quel batticuore che a volte il caffè da solo può causare. – Protezione per il cervello: Alcune ricerche indicano che questa combinazione aiuta a mantenere la mente giovane e reattiva, migliorando l’attenzione senza gli effetti collaterali dei farmaci. Il tocco finale: il ruolo dell’acqua Nelle degustazioni professionali, non si dimentica mai un terzo elemento: l’acqua, meglio se gassata. Berne un sorso prima del cioccolato serve a “pulire” e risvegliare le papille gustative. In questo modo potrete percepire chiaramente tutte le sfumature aromatiche del caffè e del cacao, rendendo un gesto semplice un vero momento di piacere consapevole. In conclusione, abbinare un quadratino di cioccolato fondente all’85% alla nostra tazzina di caffè non è solo una piccola gratificazione quotidiana, ma una scelta intelligente per la nostra salute. Come abbiamo visto, questa combinazione è un vero concentrato di sostanze protettive che aiutano il cuore, il cervello e l’umore. Il benessere può avere un gusto davvero straordinario! Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano. Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza personalizzata effettuata da figura professionale medica.
Colesterolo: Non è Sempre il Nemico che Credevamo! Parla la Scienza

Natura e Produzione del Colesterolo Il colesterolo è una sostanza lipidica (grassosa), insolubile in acqua, vitale per il corpo umano. 👉 Produzione: Circa l’80% del colesterolo è autoprodotto, principalmente dal fegato. Il restante 20% lo introduciamo tramite la nostra alimentazione (prettamente tramite cibi di origine animale). Questa molecola non è un semplice grasso: è una componente essenziale per la vita. Vediamo insieme perché… Funzioni Vitali del Colesterolo Il colesterolo è una molecola essenziale per numerose funzioni biologiche: pensate che più del 25% del colesterolo corporeo si trova nel cervello. Protegge i neuroni e velocizza la trasmissione degli impulsi nervosi garantendo una comunicazione cerebrale efficace. Il colesterolo non è un nemico, ma può diventarlo. Tuttavia, delle ricerche ci svelano dati sorprendenti: leggete l’articolo fino alla fine per scoprirli. Perché si parla di colesterolo buono e di colesterolo cattivo? Il trasporto del colesterolo nel sangue è affidato a due tipi di lipoproteine: – LDL – “Colesterolo Cattivo”: Quando è in eccesso, si deposita sulle pareti delle arterie, innescando l’aterosclerosi e aumentando il rischio di infarto e ictus. – HDL – “Colesterolo Buono”: Svolge una funzione di “spazzino”, rimuovendo il colesterolo in eccesso dalle arterie e riportandolo al fegato per l’eliminazione. Livelli alti di HDL sono generalmente protettivi contro le malattie cardiovascolari. L’Evidenza Scientifica Rovescia il Mito del Colesterolo negli Anziani Un Colesterolo Totale (CT) elevato, soprattutto se causato da un alto livello di LDL, è da decenni riconosciuto come pericoloso a livello cardiovascolare nella popolazione generale e adulta. 👉 Trattamento: I metodi più standard per combattere l’ipercolesterolemia includono prima l’intervento sullo stile di vita (dieta, attività fisica) e, se i livelli di rischio sono elevati, l’uso di farmaci come le statine, che agiscono riducendo la produzione di colesterolo da parte del fegato. Analisi di una Revisione su PubMed Ho analizzato una Revisione Sistematica pubblicata su PubMed ([Link allo studio: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27292972/]), che ha esaminato la relazione tra livelli di Colesterolo LDL e la mortalità negli anziani (dai 60 anni in su). I Risultati Sorprendenti I dati raccolti offrono uno scenario complesso e sorprendente: – L’Associazione si Attenua: Negli anziani, in particolare negli ultra-ottantenni, l’associazione tra livelli elevati di Colesterolo Totale (CT) o LDL e un aumento del rischio di morte per malattie cardiovascolari si attenua o addirittura scompare. – Relazione Inversa: In alcuni studi, è stata persino osservata una relazione inversa, il che suggerisce che un CT (Colesterolo Totale) leggermente più alto potrebbe essere associato a una vita più lunga in questa specifica fascia di età. Perché questo avviene? – Si ipotizza che il colesterolo possa agire come un importante “riserva” di energia e che, in età avanzata, sia cruciale per sostenere la sintesi di ormoni e rafforzare le membrane cellulari contro i danni. – Inoltre, livelli più alti potrebbero riflettere una migliore condizione nutrizionale generale e una maggiore capacità del corpo di rispondere all’infiammazione e alle infezioni. Attenzione all’Interpretazione È fondamentale interpretare questi dati con cautela. Queste evidenze non negano il ruolo dell’LDL nell’aterosclerosi e l’importanza di monitorare i valori. Sottolineano, invece, la complessità biologica dell’anziano, dove la mortalità totale può essere guidata da altri fattori più determinanti rispetto al colesterolo stesso. 👉 In questa fase della vita, fattori come lo stato nutrizionale, la fragilità e l’infiammazione sistemica possono avere un impatto molto maggiore sull’aspettativa di vita rispetto al solo livello di colesterolo. In sintesi… In sintesi, sebbene l’LDL rimanga un fattore di rischio, i dati negli anziani indicano che avere un Colesterolo Totale (CT) o LDL leggermente più alto non è necessariamente dannoso e, in alcuni casi, potrebbe riflettere una migliore salute generale, sottolineando che in questa fase della vita contano di più fattori come la nutrizione e l’infiammazione. Inoltre, l’LDL diventa pericoloso solo quando si ossida: è l’LDL ossidato che si deposita nelle arterie, causando ostruzioni. Non dobbiamo quindi etichettare “tutto il colesterolo” come cattivo e pericoloso. Anche in questo caso, il digiuno intermittente si presenta come strategia e stile di vita efficace per abbassare il rischio di un colesterolo LDL (cattivo) alto e per ridurre l’infiammazione corporea, direttamente collegata all’insorgenza di numerose patologie. Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano. Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza effettuata da figura professionale medica.
Glicemia e HOMA-IR: I Due Numeri Essenziali per Battere il Prediabete

La scorsa settimana vi ho parlato dei picchi glicemici e dell’importanza di tenere a bada i livelli di glucosio nel sangue. I più attenti si saranno accorti che vi ho anche detto che potremmo essere soggetti a picchi glicemici a prescindere dal valore della glicemia che risulta dalle analisi del sangue. Che significa? Che allora è inutile tenere la glicemia sotto controllo? Assolutamente no, anzi! 🩸 Glicemia a Digiuno: L’Istantanea del Fegato La glicemia a digiuno è un valore di riferimento importante: è un’istantanea della concentrazione di glucosio nel sangue nel momento esatto del prelievo – un po’ come una fotografia che immortala la situazione precisa nell’attimo in cui viene scattata. Misurando la glicemia a digiuno, quindi, otteniamo un valore che rappresenta la capacità del nostro fegato di regolare la produzione di glucosio durante la notte. Come Funziona il Fegato Normale? – Quando mangiamo, il glucosio entra nel sangue e raggiunge il fegato. – Il pancreas rilascia insulina. Questa ha una doppia azione sul fegato: 1) Blocca i meccanismi interni di produzione di glucosio (gluconeogenesi), dal momento che il corpo ne ha già ricevuto dal pasto; 2) Dà il via libera all’immagazzinamento dello zucchero in eccesso. – Durante la notte, un fegato sano lavora a ritmi lenti e controllati, producendo solo la piccola quantità di glucosio strettamente necessaria per le funzioni vitali. E se invece il fegato è compromesso? – Quando la nostra alimentazione prevede un eccesso di zuccheri e/o grassi cattivi, il fegato inizia ad accumulare grasso (steatosi epatica) e sviluppa insulino-resistenza. In questo stato, il fegato: 1) Non riceve il segnale di rallentare o fermarsi; 2) Produce in eccesso: continua a pompare glucosio in circolo anche quando non dovrebbe. – Il risultato è una glicemia a digiuno alta, che è un chiaro segnale di disfunzione epatica e potenziale prediabete (insulino-resistenza). 🔬 HOMA Test e HOMA-IR: Come Calcolarlo Abbiamo visto che la Glicemia a Digiuno ci offre una preziosa istantanea sulla funzionalità del fegato, ma questo valore da solo non è sufficiente per comprendere appieno l’efficienza del nostro metabolismo. Se la glicemia ci dice quanto glucosio è presente nel sangue in un dato momento, non ci svela il vero sforzo che il nostro corpo sta compiendo dietro le quinte per gestire quello zucchero. Per ottenere un quadro completo, dobbiamo misurare la sensibilità (o resistenza) all’insulina. È qui che entra in gioco l’HOMA Test. Semplice e non invasivo, questo test matematico combina i valori della glicemia e dell’insulina (entrambi a digiuno) per calcolare l’Indice HOMA-IR, fornendoci una visione approfondita di come il nostro pancreas e le nostre cellule stiano lavorando insieme per mantenere l’equilibrio. L’HOMA test può essere effettuato presso laboratori specializzati oppure facendo un semplice calcolo a casa dopo aver effettuato le analisi. Come calcolarlo: Se il risultato è un valore inferiore a 2, possiamo stare tranquilli: ci stiamo nutrendo correttamente, il nostro corpo funziona bene e i nostri pasti sono bilanciati. Dunque, questo valore indica una buona sensibilità insulinica. Se invece il risultato è maggiore di 2, suggerisce che le cellule non rispondono bene all’insulina e il pancreas sta faticando: potremmo dover rivedere alcune scelte alimentari, il nostro stile di vita e/o valutare di intraprendere il digiuno intermittente con un’alimentazione bilanciata per far rientrare i valori e abbassare l’indice. In conclusione, l’ indice HOMA-IR e la glicemia sono valori da attenzionare, mentre l’HOMA test è una valida alternativa alla curva glicemica: ci evita di bere un bicchierone di glucosio e di dover fare più prelievi. Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano.
Picco Glicemico: Perché Evitarlo è la Priorità per la Tua Salute e Longevità

Quante volte vi è capitato di mangiare ed essere pervasi da una sonnolenza invalidante? Se a Roma questo effetto post-pranzo si chiama “abbiocco”, il colpevole, in termini scientifici, è il picco glicemico. La sonnolenza è solo il sintomo più blando. Per comprendere quanto questo tema sia cruciale per la vostra salute, è fondamentale partire dalle basi e capire come una cattiva gestione del glucosio mini il nostro benessere. Partiamo dalle basi: Cosa sono Glucosio e Glicemia? Le nostre cellule hanno bisogno di energia per vivere e la fonte primaria di questa energia è proprio il glucosio: uno zucchero semplice utilizzato dalle cellule per varie funzioni. Ad esempio, le cellule del cuore lo usano per contrarsi, i neuroni del cervello per funzionare. Il glucosio ci permette anche di vedere, sentire, digerire. Il nostro corpo necessita di un quantitativo di glucosio determinato. Generalmente lo assumiamo tramite il cibo, ma quando la quantità è insufficiente, il nostro corpo lo autoproduce. Superare la quantità necessaria, invece, è pericoloso per la nostra salute. La glicemia rappresenta il valore del glucosio nel sangue. Se anche i valori sono buoni potremmo comunque essere soggetti a picchi glicemici frequenti e non accorgercene fino all’arrivo di segnali riconducibili all’insulino resistenza o al prediabete. …Quindi, cos’è un picco glicemico? Il picco glicemico si verifica quando c’è un rapido e brusco aumento di glucosio nel sangue: in parole semplici, alle cellule arriva troppo zucchero, più di quanto gliene serva, e troppo velocemente. In questo grafico possiamo notare come un pasto ricco di zuccheri (curva arancione) provochi un picco glicemico rapido e alto, che porta a sonnolenza e stanchezza (il cosiddetto “abbiocco”). Al contrario, un pasto bilanciato (curva azzurra) genera una risposta glicemica più stabile, garantendo energia costante e benessere. Ma perché evitare i picchi glicemici è una priorità per la nostra salute? Il glucosio influenza tantissimi aspetti della nostra salute, sia a lungo che a breve termine – se gestito bene ha effetti positivi, se gestito male può portare a una grande varietà di effetti negativi, dall’umore a patologie. Effetti a Breve Termine – Fame costante (anche nervosa) – Stanchezza cronica e malumore – Emicrania e nebbia mentale – Peggioramento delle funzioni cognitive Effetti a Lungo Termine – Insulino-resistenza e Steatosi Epatica – Invecchiamento precoce e Acne – Rischio aumentato di Alzheimer, Artrite – Malattie cardiache, Infertilità, Depressione e rischio Tumore Cosa fare per tutelarsi e preservare la propria salute? Seguire un protocollo di digiuno intermittente e bilanciare i pasti consumando gli alimenti nel giusto ordine sono i mezzi per mantenere bassa e stabile la glicemia senza stressare troppo il nostro corpo e minare la nostra salute. Il digiuno intermittente di per sé, grazie al digiuno prolungato, permette di mantenere a lungo bassi i livelli di zucchero. Durante la finestra alimentare, invece, è importante seguire una certa sequenza nel consumo degli alimenti per creare una rete “protettiva”: Iniziare con la verdura: questa contiene fibre, che creano una rete che filtra i carboidrati e quindi gli zuccheri, rallentandone l’assorbimento nel sangue. Successivamente, è utile consumare le proteine: queste stimolano una risposta insulinica più graduale rispetto ai carboidrati e ne rallentano ulteriormente l’assorbimento, aiutando a stabilizzare la glicemia e prevenendo le fluttuazioni che possono portare fame nervosa o voglie. Concludere con i carboidrati: gli alimenti precedenti avranno preparato il corpo a sfruttarli nel modo corretto e ne verrà tratta energia a lungo termine. Un’alternativa ugualmente efficace è il piatto unico bilanciato, che combina tutti i macronutrienti in proporzioni corrette fin dall’inizio. ✅ In Conclusione I benefici di un indice glicemico stabile vanno di pari passo con un corpo in salute, energico e longevo. I mezzi per ottenerli sono semplici, ma potentissimi: il digiuno intermittente e l’ordine corretto nel consumare i pasti. Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano.
