Tiziano Scarparo

Carenze nutrizionali: quali esami fare e quali valori controllare

Stanchezza, crampi muscolari, capelli che cadono, difficoltà di concentrazione, formicolii e debolezza. Sono sintomi comuni che spesso vengono attribuiti subito a una carenza nutrizionale. Ma è davvero così? Non necessariamente. Un sintomo può essere un campanello d’allarme, ma non è una diagnosi. La stanchezza, per esempio, può dipendere da una carenza di ferro o vitamina B12, ma anche da stress, poco sonno, alterazioni della tiroide o altre condizioni. Per questo non è corretto iniziare un integratore solo sulla base di un sintomo. È meglio partire dall’alimentazione, valutare eventuali fattori di rischio e, quando indicato, eseguire esami mirati. In questo articolo vedremo le carenze più frequenti e quali analisi effettuare. Va ricordato, infatti, che non esiste un unico ‘pannello delle carenze’ valido per tutti: gli esami vanno sempre scelti in base a sintomi, stile di vita, età, sesso ed eventuali patologie.   Ferro Il ferro è fondamentale per la produzione dell’emoglobina e per il trasporto dell’ossigeno. Una sua carenza può causare: • stanchezza e debolezza; • pallore; • ridotta tolleranza allo sforzo; • fiato corto durante l’attività fisica; • mal di testa; • capelli e unghie fragili. Quali esami fare? I principali sono: emocromo, ferritina, sideremia, transferrina o TIBC, saturazione della transferrina (TSAT).  La ferritina è uno degli indicatori più utili delle riserve di ferro, ma può aumentare in presenza di infiammazione e va quindi interpretata nel contesto clinico. E soprattutto: se il ferro è basso, bisogna capire perché. Non sempre la soluzione è semplicemente assumere un integratore.   Vitamina D La vitamina D è importante per la salute delle ossa e per la normale funzione muscolare: può essere considerata come la vitamina della longevità. Una carenza importante può associarsi a: • debolezza muscolare; • dolori muscolari o ossei; • maggiore fragilità dello scheletro. Può però anche non dare sintomi evidenti. Quale esame fare? Il test di riferimento è la 25-OH vitamina D (25-idrossivitamina D). Il valore dovrebbe essere intorno a 50.    Vitamina B12 La vitamina B12 è fondamentale per la formazione dei globuli rossi e per il sistema nervoso. Una carenza può manifestarsi con: • stanchezza e debolezza; • pallore; • formicolii; • alterazioni della sensibilità; • problemi di equilibrio; • disturbi neurologici nei casi più importanti. Il rischio può essere maggiore nelle persone che seguono una dieta vegana senza adeguata supplementazione e in presenza di problemi di assorbimento. Quale esame fare? Si parte dalla vitamina B12 sierica. Se il valore è borderline, il medico può valutare ulteriori esami come acido metilmalonico (MMA) e, in alcuni casi, omocisteina.   Folati – vitamina B9 I folati sono importanti per la divisione cellulare e per la formazione delle cellule del sangue. Una carenza può contribuire a: • stanchezza; • debolezza; • pallore; • anemia; • infiammazione della lingua. Quale esame fare? Si possono controllare i folati sierici. Particolare attenzione va riservata alla gravidanza e al periodo che precede il concepimento, quando l’integrazione di acido folico ha un ruolo preventivo ben documentato.   Magnesio Il magnesio partecipa a numerose reazioni dell’organismo ed è importante per la funzione muscolare e nervosa. Una vera carenza può provocare: • crampi; • fascicolazioni; • debolezza; • stanchezza; • formicolii. Ma attenzione: avere crampi non significa automaticamente avere una carenza di magnesio. Quale esame fare? Il test più utilizzato è il magnesio sierico. Va però interpretato con cautela, perché il magnesio presente nel sangue rappresenta solo una piccola parte del magnesio totale dell’organismo.   Zinco Lo zinco contribuisce alla funzione immunitaria, alla sintesi proteica e alla salute della pelle. Una carenza può associarsi a: • caduta dei capelli; • alterazioni del gusto e dell’olfatto; • guarigione lenta delle ferite; • problemi cutanei; • maggiore suscettibilità alle infezioni. Quale esame fare? Può essere valutato lo zinco sierico o plasmatico. Anche in questo caso il risultato deve essere interpretato nel contesto, perché il valore può essere influenzato da diversi fattori.   E gli omega-3? Gli omega-3 non sono una vitamina e non si parla normalmente di una vera e propria “carenza” come per ferro o B12. Il problema più frequente è un basso consumo alimentare, soprattutto di EPA e DHA. Le principali fonti sono: • pesce azzurro; • salmone; • sardine; • sgombro. In alcune persone può essere utile valutare una supplementazione, soprattutto quando l’apporto alimentare è scarso.   Chi dovrebbe prestare maggiore attenzione? Alcune situazioni aumentano il rischio di carenze: • mestruazioni abbondanti, soprattutto per il ferro; • diete molto restrittive; • alimentazione vegana, soprattutto per la B12; • disturbi gastrointestinali o malassorbimento; • gravidanza, per l’aumento del fabbisogno di diversi nutrienti; • assunzione prolungata di alcuni farmaci. Prima di passare all’integrazione è consigliabile, in primo luogo, verificare la carenza in questione. Successivamente, se possibile, indagare la causa per ricorrere alla soluzione più pertinente.    Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano.   Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza personalizzata effettuata da figura professionale medica.

Guida Medica al Cioccolato (Tra Microbiota, Cervello e Supermercato)

Ogni anno, il 7 luglio, il mondo celebra il World Chocolate Day. Da medico nutrizionista, vedo troppo spesso il cioccolato rilegato nella categoria dei “peccati di gola”, un premio da concedersi con senso di colpa o un nemico da bandire durante una dieta. La verità scientifica è ben diversa: il cacao è a tutti gli effetti un alimento funzionale, una miniera di molecole bioattive capaci di dialogare con il nostro sistema nervoso, il nostro metabolismo e persino con i miliardi di batteri che ospitiamo nell’intestino. Ma non tutto il cioccolato è uguale, e non tutto fa bene allo stesso modo. In questa guida vi propongo un viaggio insolito e scientifico per scoprire come trasformare il cioccolato in un vero e proprio alleato di salute.   Il “Craving” del Cioccolato: Biologia o Semplice Gola? A chi non è mai capitato di provare un desiderio irrefrenabile di cioccolato, specialmente nel tardo pomeriggio o, per le donne, nella fase premestruale? Questo fenomeno prende il nome di craving. Prima di colpevolizzarvi pensando a una mancanza di forza di volontà, sappiate che dietro questa voglia c’è una precisa risposta biologica. • La richiesta di Magnesio: Il cacao amaro è una delle fonti vegetali più ricche in assoluto di magnesio. Durante la fase premestruale, i livelli di questo minerale tendono a scendere bruscamente, inducendo il corpo a ricercare alimenti che possano colmare rapidamente il deficit. Il desiderio di cioccolato può essere, letteralmente, un segnale biochimico di carenza. • La chimica del buonumore: Il cioccolato stimola la sintesi di serotonina (il neurotrasmettitore della serenità) e favorisce il rilascio di endorfine. Contiene inoltre piccole quantità di anandamide, una molecola che mima gli effetti di benessere nel cervello. Mangiare cioccolato, quindi, risponde a una reale necessità di modulazione neurochimica dello stress.   Cioccolato e Microbiota: Perché i tuoi batteri sono “golosi” di cacao La salute dell’intestino e l’equilibrio del microbiota intestinale sono ormai al centro della moderna medicina nutrizionale. Il cioccolato fondente svolge un ruolo d’eccellenza in questo ecosistema, agendo come un vero e proprio promotore della biodiversità batterica. Il cacao è ricchissimo di polifenoli (in particolare flavonoidi), molecole antiossidanti che possiedono una bassa biodisponibilità nello stomaco e nel piccolo intestino. Questo significa che transitano quasi indenni fino al colon. Qui, i batteri “buoni” della nostra flora intestinale (come i Bifidobatteri e i Lattobacilli) banchettano con questi polifenoli, fermentandoli. Il risultato di questo processo è la produzione di metaboliti attivi e acidi grassi a catena corta (SCFA), composti dalla potentissima azione antinfiammatoria, capaci di proteggere le pareti intestinali e migliorare la salute cardiovascolare.   La Crono-Nutrizione: Esiste il “Momento Perfetto” per mangiarlo? Nella nutrizione moderna, il quando mangiamo è importante quasi quanto il cosa mangiamo. Inserire il cioccolato in specifici momenti della giornata permette di sfruttare al massimo le sue proprietà energetiche senza alterare i ritmi circadiani o la qualità del sonno. Il momento ideale è la mattina (a colazione) o il primo pomeriggio (come spuntino spezza-fame). Il cacao contiene teobromina, un alcaloide naturale della stessa famiglia della caffeina, ma con un effetto stimolante più dolce, prolungato e meno “ansiogeno”. Consumarlo in questi orari favorisce la concentrazione mentale, riduce la stanchezza cognitiva e previene i cali energetici. Al contrario, è sconsigliato il consumo serale: la teobromina e le tracce di caffeina potrebbero interferire con la produzione di melatonina, disturbando l’architettura del sonno. Inoltre, un quadratino di cioccolato fondente a metà pomeriggio aumenta il senso di sazietà precoce, spegnendo la ricerca compulsiva di zuccheri in serata.   Diventa un Detective al Supermercato: Oltre la Percentuale Per beneficiare di tutto questo, la scelta del prodotto è cruciale. Una dicitura come “cioccolato fondente all’85%” è un buon punto di partenza, ma da sola non basta. Ecco cosa dovete controllare nell’etichetta per fare una scelta da veri medici di voi stessi:   La Ricetta del Medico: Consapevolezza Il cioccolato non è un farmaco da assumere con rigidità, ma un alimento da inserire con consapevolezza. Consumatelo lentamente, lasciandolo sciogliere sul palato per attivare i recettori del gusto e trasmettere al cervello un segnale immediato di gratificazione e sazietà. Buon World Chocolate Day, e ricordate: la salute passa anche attraverso il piacere consapevole!   Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano.   Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza personalizzata effettuata da figura professionale medica.

Mini guida all’idratazione estiva

Tra quelle cose che ogni medico consiglia di fare, a prescindere dalla specializzazione, ancora prima dello smettere di fumare, c’è bere l’acqua. Con l’arrivo del caldo, si parla spesso dei canonici “2 litri d’acqua al giorno” che molti, purtroppo, non riescono proprio a bere. Chi, invece, ha già l’abitudine di bere molto, tende a superarli alla grande, specialmente quando fa sport. Ma sapevate che, in realtà, il vero fabbisogno di acqua dipende strettamente dal vostro peso corporeo? Per capire quanta acqua dovreste assumere nell’arco della giornata, vi basta fare un calcolo molto semplice: I vostri chili di peso corporeo × 0,03  Esempio: Una persona che pesa 70 kg dovrebbe assumere 2,1 l d’acqua al giorno (70×0,03).  Questo è il fabbisogno idrico di base. Se praticate sport intensi, dovrete aggiungere mezzo litro / un litro d’ acqua per ogni ora di allenamento per compensare le perdite con il sudore. Lo stesso discorso vale nelle calde giornate afose o in caso di febbre. L’idratazione che si “mastica”: l’acqua degli alimenti La buona notizia per chi fatica a finire la bottiglia è che una parte fondamentale della nostra idratazione quotidiana non si beve, si mastica. Circa il 20-25% del nostro fabbisogno idrico giornaliero proviene direttamente dagli alimenti che portiamo in tavola. Se il vostro obiettivo personalizzato è di 2,5 litri, significa che circa mezzo litro arriverà proprio dal cibo. L’acqua contenuta nei vegetali freschi è definita acqua intracellulare o strutturata, ed è un vero e proprio “fitocomplesso” idratante con due grandi vantaggi: Effetto a Rilascio Graduale: Essendo intrappolata nelle fibre, viene rilasciata lentamente durante la digestione, garantendo un’idratazione costante. Sinergia con gli elettroliti: Frutta e verdura sono ricche di potassio e magnesio, che aiutano l’acqua a entrare dritta nelle cellule, contrastando la ritenzione idrica e il senso di gonfiore extracellulare. La Top 10 dell’Idratazione Estiva La natura è estremamente intelligente e d’estate ci offre i cibi più ricchi di liquidi. Ecco i campioni della stagione da mettere nel carrello: Quale acqua scegliere? Molte persone sono convinte che un valore alto del residuo fisso sia sinonimo di calcoli renali. Facciamo chiarezza. Il Residuo Fisso è la quantità di sali minerali che rimangono in forma solida dopo aver fatto evaporare un litro d’acqua a 180°C. Si misura in milligrammi per litro (mg/l) e ci dice quanto quell’acqua sia ricca di minerali. Le acque si dividono in: • Minimamente mineralizzate (sotto i 50 mg/l): Acque molto “leggere”, utili nella primissima infanzia (per il latte artificiale) o in casi di ipertensione grave. • Oligominerali (tra 50 e 500 mg/l): Ideali per l’uso quotidiano della maggior parte della popolazione, favoriscono la diuresi e sono ottimamente bilanciate. • Medio-minerali (tra 500 e 1500 mg/l): Tutt’altro che dannose! Sono acque eccellenti. Se ricche di magnesio e potassio sono perfette per lo sport; se ricche di calcio, sono una risorsa preziosa in menopausa o per chi soffre di osteoporosi. Come capire se siete idratati? Il nostro corpo ci manda due segnali precisi, basta saperli leggere: • Il campanello d’allarme della sete: Se sentite la bocca asciutta, siete già leggermente disidratati (avete perso circa l’1% del peso corporeo in liquidi). La sete è un meccanismo di emergenza: l’obiettivo ideale è bere prima di avvertirla. • Il test del colore delle urine: È il parametro più affidabile. Giallo paglierino chiaro o trasparente: Ottimo, siete perfettamente idratati. Giallo ambrato o color succo di mela: Attenzione, il corpo sta trattenendo i liquidi. È il momento di bere due grandi bicchieri d’acqua. I consigli per “imparare” a bere Se fate parte della categoria di persone che “si dimenticano” di bere, applicate da subito queste 3 strategie comportamentali: • La regola della vista: Il cervello risponde agli stimoli visivi. Tenete sempre una borraccia o una bottiglia sulla scrivania o un bicchiere d’acqua ben visibile vicino a voi. Se lo vedete, berrete per automatismo. • Il boost mattutino: Iniziate la giornata bevendo un grande bicchiere d’acqua a temperatura ambiente appena svegli, a digiuno. Vi aiuterà a reidratarvi dopo le ore di sonno e a svegliare l’intestino. • L’inganno felice (Acque aromatizzate): Se l’acqua vi annoia, non cedete a succhi o bibite zuccherate (che aumentano la sete anziché estinguerla). Create le vostre acque aromatizzate: lasciate in infusione a freddo in una brocca per qualche ora delle fette di cetriolo e zenzero, oppure limone e menta, o ancora fragole e basilico. Sarà piacevole, rinfrescante e salutare. Prendetevi cura delle vostre cellule.   Grazie per avermi letto. A presto, Dr. Tiziano.   Attenzione: In questo articolo fornisco informazioni e/o consigli generali che non sostituiscono indicazioni mediche su alimentazione, stile di vita o salute: ogni consiglio va personalizzato dopo consulenza personalizzata effettuata da figura professionale medica.